Le circostanze che circondano l’incidente e la morte in gara di John Woolfe sono tali da meritare di essere raccontate.
John Woolfe era un pilota britannico dilettante facoltoso che si cimentò nelle 24 Ore del Mans nel 1968. Conquistato, decise di tornarvi, mettendo da parte le migliori possibilità per farcela bene.
A tal fine, nella primavera del 1969, acquistò una Porsche 917 direttamente dalla fabbrica Porsche. L’auto, progettata per portare finalmente Porsche ai massimi livelli delle corse di durata, era stata presentata qualche mese prima e stava facendo il suo debutto in gara. La sua reputazione era terribile: era l’auto più potente e veloce della categoria Sport, ma soffriva di un’instabilità ad alta velocità che la rendeva pericolosa da guidare. Questo problema verrà risolto solo nell’inverno del 1970, in modo empirico ma efficace, dal team di John Wyer, dando vita alla famosa versione 917 K. Molti piloti professionisti quell’anno rifiutarono di prenderne il volante in gara.
John Woolfe non ne aveva nulla a che vederti e prese consegna della sua 917 al Mans all’inizio della settimana delle corse. L’auto fu qualificata in 10ª posizione da Herbert Linge, pilota ufficiale Porsche «prestato» a Woolfe Racing per la gara. Porsche consigliò a Woolfe di lasciare Linge, il suo compagno di squadra professionista, partire per le 24 Ore. Woolfe non seguì questo consiglio: non aveva una fiducia totale nell’affidabilità della sua nuovissima 917 e voleva assolutamente che la sua famiglia, presente al Mans, lo vedesse all’opera. Quindi decise di partire.
Ciò che seguì fu tragico: John Woolfe non completò nemmeno il primo giro di gara. Attraversò correndo la pista, come tutti gli altri concorrenti (con la celebre eccezione di Jacky Ickx), per raggiungere la sua auto, vi si infilò e trascurò di allacciare la cintura di sicurezza per guadagnare qualche secondo alla partenza. Tornando verso il rettilineo di partenza in dodicesima posizione, affrontò a piena velocità le curve di Maison Blanche. Probabilmente vittima dell’instabilità cronica della 917, mise una ruota nell’erba. L’auto sfuggì al controllo e si schiantò nel terrapieno. Woolfe fu espulso dal cockpit, la 917 si spezzò in due. Morì sul colpo.
Questo incidente è particolarmente amaro. Innanzitutto, Woolfe fu il primo concorrente privato a fidarsi di Porsche per la 917. Non ne fu ricompensato, per non dire di meno.
Inoltre, al volante della 917 percorse in gara solo… 12 chilometri prima della sua uscita di pista fatale (e anche solo… 4’15’’ di gara al suo volante, dato riportato sul quadrante della TSR3).
Infine, e se ne può certamente essere lieti, John Woolfe è l’unico pilota che ha trovato la morte al volante della 917, il che può sorprendere se si considera la sua pericolosità ai primi tempi e soprattutto il numero di incidenti mortali che avvenivano in gara all’inizio degli anni ’70 (tra il 1969 e il 1971, se non esaustivamente, si possono citare Piers Courage, Pedro Rodriguez, Jo Siffert, Jochen Rindt, Bruce McLaren).
Questa triste storia non impedirà ovviamente alla Porsche 917 di diventare una delle auto da corsa più iconiche mai prodotte. L’incidente di Woolfe segnerà invece la fine della partenza in fila, fuori dall’auto, che era una caratteristica di quella gara. A partire dal 1970, i piloti partiranno al volante.